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| SCRITTI SUL TEMA DELLA NATURA MORTA |
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TRA ARTE, VITA
E STORIA Quanto hai detto,
mi dà ora lo spunto per farti una domanda sul processo creativo
dei tuoi quadri; tu affermi che non hai mai dipinto l'oggetto di per sè;
speri altresì che il significato di questo oggetto possa sgorgare
da solo. Ma quando tu dipingi una natura morta, non pensi, in origine,
al significato che questa natura morta potrà comunicare? Ma se la frustrazione
segue sempre l'ottimismo, allora non riusciresti mai a concludere un quadro.
La
visione della natura Storia privata di un genere Non è un caso
che la recente serie di Nature morte di Giuliano Collina si origini e
sviluppi a partire dal ciclo delle Ultime Cene che immediatamente la precede.
Chi conosce l'opera di Collina sa infatti come tutta la sua produzione
artistica si articoli in ampi cicli tematici all'interno dei quali - a
volte sulla lunghezza di più anni - egli esplora e varia, con sorprendente
mobilità, le potenzialità espressive del soggetto, fino
al loro esaurimento e al profilarsi di un nuovo "motivo"; il
quale, non di rado, si diparte proprio a lato del vecchio tronco, come
un germoglio di rinnovata vitalità. Se non che, poi, un artista,
per quanto amplifichi i soggetti della sua pittura, non può che
dire le cose che sente, e dirle nel modo in cui le sente: obbedisce insomma
a leggi interne che ne determinano la coerenza e la continuità,
pur nella variazione. é così che Collina si ritrova, a distanza
di anni e talvolta di decenni, riportato su luoghi e immagini già
visitati in passato, a riprendere temi o motivi già sviluppati
in cicli precedenti, in altre parole a confrontarsi di nuovo con la sua
storia umana ed artistica. Ne deriva un percorso pittorico che, periodicamente,
ritorna sui propri passi come a dei gangli ineludibili di verità,
ma a un livello diverso, in forma di spirale che sale e si amplifica a
partire da un centro originario. Eppure, diversamente da quanto ci si
potrebbe attendere, quantomeno nel caso delle sue nature morte, alla dilatazione
dei tempi non corrisponde una parallela amplificazione dei soggetti, tanto
succosi e variati dentro la storia, anche novecentesca, del genere. Al
contrario, il repertorio iconografico della natura morta in Collina è
ristretto a poche cose che tornano con un'insistenza ossessiva a riproporsi
nel tempo; quelle stesse che, a ben guardare, sono già tutte presenti,
come in un incunabolo, al centro di quella sua grande tela del '73 titolata
Domenica mattina: il vassoio rotondo e metallizzato, la tazza di caffè,
il giornale spiegazzato, alcuni panni lasciati accantonati. Il motivo
si ripresenta nel '76, nella serie degli Interni borghesi, con la sola
variante - si direbbe - che il vassoio, di cui si mantiene la forma rotonda,
diventa ora tavolino da bar o tavola apparecchiata. In realtà,
a distanza di qualche anno, Collina immette due forti scosse nella tranquilla
quiete di quella sua prima natura morta, tali da produrre un brusco scarto
quanto a distanze e ordine compositivo: di colpo, gli oggetti sono portati
in avanti e sbattuti in primo piano; colti per di più da un angolo
prospettico così rilevato, quasi zenitale, da far loro occupare
gran parte della superficie pittorica, fino quasi a debordare. Sul tavolo,
poi, le solite poche cose che si offrono nude allo sguardo del riguardante:
un tovagliolo non ancora dispiegato, qualche piatto o stoviglia, un bicchiere,
una tazzina da caffè. L'affondo decisivo verso la Natura morta
e la piena autonomia del genere avviene nell'81-'82, con l'omonima serie,
ripresa poi nel 1986. I soggetti sono gli stessi, ma Collina spinge ancor
più oltre la sua volontà di avvicinamento alla dimessa realtà
delle cose, portando in primissimo piano la superficie del tavolo e riducendo
di conseguenza - fino quasi a farlo scomparire - lo stringato richiamo
all'ambiente circostante che in quelli ancora sopravviveva, mentre l'accentuazione
progressiva della distorsione prospettica arriva assai prossima al totale
ribaltamento, in verticale, del tavolo: tanto da far coincidere il suo
piano d'appoggio, visto a perpendicolo, con l'intera superficie della
tela posta frontalmente in faccia all'osservatore. Conseguentemente anche
gli oggetti acquistano sempre maggiore evidenza, fino a restare protagonisti
della tela. Il passo successivo è il loro isolamento: a Collina
non basta più solo avvicinarli, stringere il campo visivo, focalizzarli
sempre più da vicino; adesso isola frammenti di natura morta, li
incalza da presso nel tentativo di co-stringerli, finalmente, di afferrarli.
é soprattutto nelle bellissime carte di quegli anni che si avverte la
vicinanza di una soglia, la prossimità al punto in cui tutto si
fonde e le cose parrebbero sul punto di dire. Si tratta di una serie di
disegni, a carboncino o a grafite, tutti tramati di un segno minutissimo,
quasi pulviscolare, che fa vibrare l'aria, si incaglia nelle pieghe della
tovaglia, amalgamando in inscindibile unità le poche cose presenti
sulla tavola, le luci e le ombre, lo spazio intero. Ne risulta condizionata
anche la pittura di Collina che talora si muove verso esiti di maggiore
immediatezza e vitalità; talaltra, senza per questo rinunciare
a semplicità e naturalezza, pare percepire e tradurre il silenzio
e la spoglia separatezza che si insinua tra i rari oggetti scanditi sulla
superficie vasta della tela. Si attenua in questo caso anche la frenesia
di-segnativa del segno per lasciare posto a slarghi di colore appena sommossi
da leggeri tocchi o da macchie tonalmente vibrate, mentre la distanza
tra gli oggetti si fa sempre più allusiva, si carica di tensioni
nuove. é come se, quasi per caso, le cose si posizionassero su distanze
critiche, con un'intenzionalità che solo l'occhio non distratto
del passante può, di colpo, percepire: chiaro segno di energie
latenti, ma anche sensazione indesiderata di uno strisciante disagio esistenziale.
Le poche cose spaziate sulla tavola determinano infatti una dialettica
della distanza che dà vita a tensioni reciproche, a pieni e vuoti,
a presenze contrapposte ad assenze; la corrente in contropelo corre sul
filo delle relazioni - per lo più casuali ed eterogenee - che quei
singoli oggetti creano l'uno per rapporto all'altro, e sulla loro diradata
presenza per rapporto alla vastità vuota dell'intera superficie.
Il portato naturalistico che attraversa la pittura di Collina, da intendersi
come dichiarata volontà di rappresentare le cose per quel che sono
e nulla più, va così a sbattere contro l'intrinseca loro
enigmaticità, contro il loro esserci carico di attese e di relazioni
sfuggenti, di silenzi e di vuoti sottesi. Si direbbe che nonostante le
cose vengano in superficie, nell'intento di meglio offrirsi allo sguardo
dello spettatore, di esibire la propria identità e svelare la loro
entità, in realtà non possano che mettere a nudo, dal loro
interno, l'enigma invalicabile del loro essere rispetto al soggetto che
le osserva: in definitiva, la loro inalienabile alterità. Ritornano
alla mente i versi desolati di Sbarbaro: "E gli alberi son alberi,
le case/ sono case, le donne/ che passano son donne, e tutto è
quello/ che è, soltanto quel che è": rivelazione di
una frattura ormai consumata tra l'uomo e il mondo, di reciproca estraneità.
La coglieva perfettamente Roberto Sanesi, già nell'82, mettendo
a fuoco "l'oggettualità enigmatica delle sue nature morte"
dove gli oggetti, con "allucinato straniamento", "non descrivono
se stessi ma un senso di imminenza", "un possibile precipitare
gli uni verso gli altri o altrove." Se non che, a differenza di quanto
avveniva in ambito metafisico, Collina non forza i giochi di luci e di
ombre, non procede per omogenee campiture di colore o di chiaroscuro,
non deforma gli oggetti nè li schematizza nelle forme, e neppure
li assembla in vicinanze stranianti; in altre parole, non rinuncia mai
alla naturalezza, al vibrato della luce e del colore, all'occasionalità
delle contingenze. Le cose appaiono in definitiva come sono e come non
potrebbero essere diversamente, nella loro realtà, eppure, sotto
il pelo dell'acqua, qualcosa si muove. Dieci anni più tardi, nel
1996, il genere Natura morta riemerge all'improvviso, prepotentemente.
Collina lavorava allora ad una serie di soggetti religiosi come l'Annunciazione,
la Crocefissione, la Deposizione, la Pietà: una sorta di meditazione
pittorica e laica sui fondamenti della storia cristiana. Evidentemente
il ricorso all'iconografia religiosa, ha immediate tangenze e implicazioni
non solo con l'arte sacra lungo la storia della nostra cultura, ma con
il più vasto tema del sacro: le cui categorie - l'eterno, l'immutabile,
il non transeunte e caduco, l'assoluto - Collina non affronta direttamente,
e certamente esulando da qualsiasi dichiarazione di fede. Il suo primo
approccio al tema è sempre di natura pragmatico-pittorica: si tratta
cioè di soggetti canonici della pittura, su cui intere generezioni
d'artisti si sono cimentati e confrontati, al limite non diversamente
da quanto succede per il paesaggio o la natura morta, per cui non c'è
ragione che l'artista odierno rinunci a commisurarsi con quella tradizione
e con i suoi significati. E' all'interno di quel continuum che, a un certo
punto, si profila in lui l'idea di accostare l'Ultima Cena: un soggetto
carico di storia, di tradizione iconografica e di reminescenze letterarie,
con la mente che subito corre a Leonardo per un lombardo come Collina,
ma che poi attraversa un diapason vastissimo di memorie visive e di soluzioni
formali: dai consunti affreschi medioevali disseminati nelle pievi alpine,
ingenui dialettali vivi, alle espressioni colte del Luini, del Crespi,
del Rubens di Brera (per limitarci all'alta Lombardia). In realtà
l'incipit di Collina è subito uno scarto rispetto alla tradizione:
il suo primo interesse non è per il momento alto dell'istituzione
dell'Eucarestia, nè per quello leonardesco dell'annuncio che "uno
di voi mi tradirà"; ciò che immediatamente lo attira
dell' Ultima Cena è l'idea povera di mensa, il concetto di agape
che si configura nellèimmagine del desco, cioè del pasto
comunitario consumato attorno alla tavola. All'inizio, forse, sono solo
"frammenti" - così“ almeno nei titoli - di una più
vasta pittura ancora da nascere: Un piatto sul tavolo, per un'Ultima Cena;
Quattro piatti; Frammento di Ultima Cena; poi però il soggetto
prende vigore e sviluppo senza che il pittore si senta in obbligo di tornare
all'iconografia della tradizione. Si direbbe anzi che Collina ne senta
il peso, e che, per per sottrarvisi, si sposti a lato, lavori sempre e
solo sugli elementi a margine, eluda il soggetto vero di quel momento.
Forse, in tutta la storia della "pittura sacra" dipinta da Collina,
mai come in questo caso, l'artista deve aver profondamente sentito l'intrinseca
difficoltà di aderire a ciò che la pittura dice, perchè
dipingere è anche un dichiarare, un prendere parte. Ma se l'Annunciazione
è pur sempre anche un messaggio laico di speranza, se la Crocefissione
è sempre segno universale del dolore e della violenza che imperversano
sul mondo, di fronte all'Ultima Cena, l'artista deve aver avvertito tutta
la distanza, non solo temporale, che separa l'uomo della modernità
dalle implicite dichiarazioni che quella pittura sottende. La laicizzazione
della scena è intrinseca all'abbassamento dello sguardo, al restringimento
del campo visuale: perchè spostando e concentrando il proprio sguardo
unicamente sulla tavola, e non più sul Cristo, l'artista sposta
anche i significati connessi all'antica iconografia. Tanto più
se al restringimento dello sguardo corrisponde anche un evidente abbassamento
del tono: perchè quella tavola che in passato è stata occasione
per creare mirabili brani di natura morta a margine dell'immagine principale,
non solo viene posta ora quale unico centro focale dell'intera composizione,
ma è subito ricondotta alla dimessa quotidianità dell'esistere,
si offre nei modi e nelle forme del vissuto: alcuni piatti sulla tavola,
del pane, poche stoviglie, un bicchiere. In apparenza immagini e situazioni
non si discostano dalla produzione degli anni '81-'86; a una prima impressione,
pare infatti che Collina venga risucchiato nel gorgo delle sue nature
morte precedenti; in realtà sta camminando per altre strade o,
meglio, sta cercando di trasporre quelle nature morte su un diverso piano
di intenti e di significati. Egli riprende sì il vecchio genere,
ma operando questa volta all'interno della riflessione su temi religiosi
portata avanti lungo un decennio, e senza eludere - anzi in certo qual
modo volendola conservare - la componente sacrale connessa al rito dell'Ultima
Cena. Ne sono prova le sue prime opere sopra citate: rispetto ai precedenti
tavolini da colazione non vengono meno sia il portato naturalistico degli
oggetti, sia il vibrato luministico del colore (che va comunque attenuandosi
per assestarsi in slarghi più omogenei, in grumi più campiti
e dimessi); ma mentre in quelli la posizione dei singoli oggetti - di
solito ai margini della tela - sembrava frutto del caso, così come
occasionale era la loro eterogeneità, qui essi si legano in base
a criteri di omogeneità e funzione (per esempio Pane e vino, Quattro
piatti, e nulla più), si dispongono su correlazioni di misura e
di ordine che rivelano un'intenzione. Ora la tavola è chiaramente
un insieme di relazioni ordinate rispondenti a un progetto oppure un implicarsi
di elementi che hanno assolto la loro reciproca funzione. Se prima erano
i singoli oggetti ad acquisire evidenza, nel rapporto a distanza tra di
loro e poi con l'intera superficie, qui di colpo è l'insieme a
offrirsi come elemento primo e unitario; non è più l'individuale
a richiamare l'attenzione su di sè, ma il tutto che si assesta
in un'aura silente. Nelle opere di più intensa rarefazione, quegli
oggetti vivono infatti in unÕatmosfera che li carica di aspettative nuove,
si trasformano in attori muti, ma vivi, dello spazio scenico da loro stessi
occupato per quanto passivamente agito. In effetti, se ne stanno come
bloccati in un tempo sospeso, quasi fossero nell'attesa che l'evento si
compia (dando loro una giustificazione di senso), o come lasciati provvisoriamente
a se stessi una volta che l'evento si è concluso. La narrazione
non è dunque conclusa, implica un prima e un poi, un tempo anteriore
o un seguito a venire: di conseguenza, anche la fermezza del luogo viene
intaccata dall'oscillazione di un tempo che si estende oltre la momentaneità
raffigurata, oltre i limiti brevi della scena, e che non si sa come o
quando concluderà. Alla enigmaticità delle cose percepita
nelle opere degli anni precedenti, si sostituisce qui il sentimento diffuso
di un'assenza, l'aspettativa di un completamento. Di tutta la componente
iconografica, rituale e "sacra" dell'Ultima Cena, Collina preserva
dunque solo quel desco familiare, non rappresentato intimisticamente,
e neppure in maniera sbrigativamente naturalistica, ma cercando di immettervi
il senso di un'attesa, perchè qualcosa deve pur capitare o è
capitato. Il punto è qui: forse il sacro per Collina coincide proprio
con questo qualcosa che sempre si attende; forse il sacro è un
vuoto da riempire, cui corrisponderebbe la piena coincidenza di spazio
e tempo, oggi ancora così sfasati; forse il sacro è proprio
questa perenne e sempre insoddisfatta sete di senso e funzione, di vedere
cioè che le cose rispondono a un progetto più vasto: non
sono solo frutto del caso - per quanto ci si sforzi di dominarlo - dentro
la linea del tempo. é quindi un vivere di potenzialità sperate
e forse irrealizzabili (ma il sacro è per natura intangibile),
è l'amaro di un mancamento che ci segue ovunque, è un bisogno
di pienezza che passa però attraverso il quotidiano (ecco il paradosso:
perchè quei piatti sono i piatti di ogni giorno, mentre il sacro
è il non quotidiano), e lo riscatta. In termini pittorici, la sfida
di Collina è quella di posizionare la sua pittura su un discrimine
precario e laico, ma di una laicità per certi versi sacralizzata
o che aspira a esser tale: perchè mentre da una parte egli opera
un marcato abbassamento del tema religioso e della sua alta tradizione
iconografica, scegliendo di chiudere il proprio orizzonte su una porzione
angusta e dimessa della tavola da pranzo, abbassando quindi i connotati
del sacro al quotidiano, rinunciando a messaggi alti; dall'altra egli
aspira a investire la quotidianità di una certa qual carica o attesa
di sacralità. Il tutto stando all'interno di una pittura figurativa,
continuando cioè ad operare dentro il portato figurativo che caratterizza
tutta la sua storia di pittore e non interrompendo il dialogo con la grande
tradizione iconografica, ma variandoli, al di là di ogni esteriorità
mimetica come pure di semplice ripresa.In questo senso l'artista spinge
ancor più oltre il desiderio di avvicinamento alle cose, nella
volontà quasi, se fosse possibile, di calarvicisi dentro. Si accentuano
infatti le anomalie prospettiche, i punti di vista differenziati, le improbabili
distorsioni visive assemblate simultaneamente: come se l'artista girasse
continuamente attorno all'oggetto, in un continuo spostamento del punto
di osservazione (con chiari ritorni alla prospettiva plurima e a certa
iconografia medioevali), rovesciandolo come un guanto, nell'intento di
andargli sempre più vicino, sempre più addentro. La rinuncia
al punto di vista unificato significa la rinuncia ad assumere la posizione
privilegiata scelta dall'osservatore, ad abbandonare la funzione accentratrice
della ratio che stabilisce prioritù e subordinazioni, in certo
qual modo ad abbandonare il ruolo egemonico e privilegiato dell'io, per
dare invece spazio alla pluralità e al molteplice, ad una totalità
di prospettive che è anche disponibilità alla compartecipazione.
Si spiega così anche la continua variazione delle tecniche: Collina,
quando affronta un tema, lo aggredisce da tutte le parti, passa dal disegno
all'olio, dagli smalti agli impasti di terre, dall' accensione cromatica
al monocromo, dallÕispessimento dei rilievi ai collages; prova di continuo,
e con grande mobilità, strade, mezzi e soluzioni diversificati
alla ricerca sempre di quel varco che lo porti finalmente dentro il cuore
delle cose, che sono poi metafora della vita stessa. Il desiderio di dare
consistenza di realtà all'immagine dipinta è tale da indurlo
non solo a un progressivo avvicinamento dell'oggetto, ma da farlo coincidere
con la superficie stessa del supporto. Ritagliando i profili scorciati
della tavola rappresentata bidimensionalmente su una precedente tela,
egli la isola e decontestualizza, ma le conferisce anche piena autonomia
di oggetto in sè compiuto: in altre parole, contravvenendo al buon
senso delle norme prospettiche, la sottrae alla subordinazione del contesto
spaziale (che rimane comunque implicito), per assolutizzarla, quasi fosse
davvero una tavola-dipinta appesa al muro. Ma lo fa sempre da pittore,
rimanendo cioè all'interno dello specifico della pittura e delle
sue norme di raffigurazione, anche quando sono chiaramente violate o contradditoriamente
accostate. Il passo ulteriore è quello che dalla rappresentazione
oggettiva delle cose porta alla loro trasposizione oggettuale: dal dipingerle
al farle, a dare loro consistenza di corpo. Nascono così i rilievi
che sommuovono il piano bidimensionale della tavola, gli altorilievi veri
e propri, le inclusioni di oggetti reali (piatti, bicchieri, stoviglie)
o, ancora, la breve serie di sculture in gesso. Salvo in quest'ultimo
caso, realtà e finzione prospettica si mescolano, si confondono,
si sorreggono a vicenda. Variando di continuo soluzioni formali, angoli
prospettici e modalità tecniche, il pittore rinnova quotidianamente
il suo tentativo di presa sulle cose, metafora di un'analoga volontà
di afferrare finalmente la realtà del mondo, di coglierne l'anima:
quell'inafferrabile "oltre" che sta dietro, sotto le parvenze
delle cose, e ne costituisce l'essenza profonda. Eppure, paradossalmente,
tanto pià gli si avvicina, tanto pià quello si allontana,
si sottrae alla presa, si isola in un'isola di silenzio carica di mistero.
Lo scacco è compagno di strada, giorno dopo giorno, eppure il bisogno
di tentare è insopprimibile: ma forse, per chi vive, non si dˆ
altra soluzione se non in questo tendere.
TRACCE
DI UN'ASSENZA Nell'affrontare le
opere di Giuliano Collina qui rappresentate, un ciclo di nature morte,
non si può fare a meno di avvertire - considerandola da un punto
di vista formale - la riduttività di tale definizione. Infatti,
se da un lato l'idealismo estetico delle composizioni si esprime attraverso
la consueta rappresentazione di oggetti quotidiani, pur circoscritti e
ripetuti come lettere di uno scarno alfabeto, già l'alterazione
dell'equilibrio spaziale attraverso l'artificioso inserimento di orizzonti
prospettici multipli, sconfina in un dominio che va ben oltre il "genere".
Queste tele evocano una sottile malinconia, un invito pressante a cogliere
l'attimo in cui la luce svela la forma delle cose, la loro sospesa staticità
che diviene, nel medesimo istante, premonizione di dissolvimento futuro.
La luce, che si oppone all'enigmatico buio sempre presente - a brandelli
- in ogni opera, penetra lo spazio pittorico , disseziona gli oggetti
inseguendone la verità nascosta, la loro fragile meraviglia che
l'artista ci restituisce rielaborata. Questa spiccata sensibilità
nei confronti della luce e dello spazio arricchisce di contenuti la rappresentazione
pittorica, animandola e disvelando una vita che non pu˜ essere spiegata
con un linguaggio di mero naturalismo poichè celata in profondità,
nell'essenza stessa delle cose che -transitivamente - ci parlano dellÕartefice
che quelle cose ha creato. Ma gli oggetti restano tali e l'artista non
vuole caricarli didascalicamente di valori simbolici o metafisici. Non
vuole sostituirsi a quanto già intrinsecamente vi è di metafisico
e simbolico negli oggetti toccati e macerati dalle mani dell'uomo, che
affiora nella dilatazione dello spazio, nello straniamento della luce,
nella scomposizione-ricomposizione dell'orizzonte prospettico. Allora,
la briciola è un relitto del pane quotidiano, archetipo del bisogno
individuale, minimo eppure grande e a volte insormontabile; il panno su
cui poggiano gli strumenti della consuetudine è infinita trama,
reticolo intersecato di consuete esistenze; le stoviglie, abbandonate
secondo casualità, di volta in volta testimoniano ineguali deschi
e la cena precedentemente consumata può essere stata un'ultima
cena o quella quotidiana, secondo individuale scelta immaginativa. Collina
dipinge gli strumenti del vivere privandoli della presenza umana, sottraendo
la forza capace di dare impulso dinamico, il soffio vitale. Ma questa
sottrazione così ineludibile, marcata a tal punto da divenire dolorosa,
è portavoce di istintive riflessioni. Posate, piatti, bicchieri,
da ogni singolo oggetto sgorga un sentimento di empatia verso l'assente,
quell'uomo che ha abbandonato il campo dopo aver spezzato il pane, bevuto
un bicchiere di vino, lasciando le scorie del proprio passaggio. Uomo
che vorrebbe farsi - almeno per un istante - angelo, abbandonando alle
spalle l'insonne affanno del vivere. Lontane da ogni intento decorativo
o formale, Le cose dipinte di Collina sono rilievi cartografici degli
infiniti percorsi umani, memoria di tracce, di mutazioni che hanno scompaginato
un ordine iniziale. Hanno la vocazione e la sapienza di parlare con un
linguaggio afono eppure incisivo; quanti riescono a decifrarlo ne ricevono
una sensazione di scoperta, una elevazione simile a quella del poeta "É
che sulla vita plana e, sicuro, intende la segreta lingua dei fiori e
delle cose mute."
… L'attività di Collina
è ripercorribile attraverso pochi ma corposi nuclei o cicli tematici,
anche se tali caratteristiche di lavoro non devono far presupporre un
andamento circolare, bensì ellittico, non privo di diversioni e ritorni…
L'attenzione dell'artista a una quotidianità antiretorica, la perquisizione
dell'archivio di forme offerto dalla banalità del vivere, crescono d'intensità
e consapevolezza negli anni… far il 1964 e il 67… Gli oggetti d'uso comune,
le tranches de vie dell'habitat domestico assumono infatti il sembiante
di altro: la giacca si fa paesaggio, la mano chiusa a pugno diventa una
roccia, il paesaggio nuvola… L'interesse "pop" per l'oggetto quotidiano
- il giornale, la camicia, la tazza da caffè, il pacchetto di "Marlboro"
già consumato, l'accappatoio/isola Comacina - interesse sottolineato dall'impiego
di una gamma del tutto antinaturalistica di colori, lascia intravedere
quel processo di isolamento del reperto domestico che sfocerà nella serie
di natura morte inerenti gli anni 1981-82. Scriverà Roberto Sanesi presentando
nel 1980, su catalogo Electa, la personale milanese di Collina a Palazzo
Bagatti Valsecchi: "…Un racconto circolare, a spirale, che con tutti i
ripiegamenti e le deviazioni e i rimandi che ne fanno una metafora della
riflessione su interno-esterno o natura dentro di noi/fuori di noi, si
pone come esplicita intenzione di tradurre ogni oggetto visibile e concreto,
il supporto reale, in soggetto di una visione sovrareale".
… Qui,… è proprio
l'apparente improbabilità della collocazione degli oggetti (di per sé
privi di collocazione anomale) su superfici vertiginosamente ribaltate
verso lo spettatore, su tali piani inclinati in una sorta di sesto grado…
a rendere ambiguo il peso degli oggetti malgrado la resa pittorica accuratamente
fedele al principio della plasticità. Il piatto, nel perdere ogni convenzionale
funzione d'appoggio soprattutto là dove i suoi limiti si estendono al
di fuori del quadro…, si muta in una mappa indifferenziata di accadimenti,
in un luogo puramente ideale sul quale gli oggetti perdono a loro volta
ogni indizio di stabilità pur dovendosene riconoscere la concretezza.
Più che situati in quel preciso luogo, staticamente, si direbbe che in
queste nature morte gli oggetti sono sospinti in un tentativo d'azione.
Nel senso che la distanza che li separa sembra oggettivarsi, non solo
perché come colmata da invisibili tracciati di raccordo ma anche caricata
da un'energia che nell'investire gli oggetti fra loro separati finisce
col denunciare, in quello spazio vuoto sensibilizzato dall'attesa, una
loro possibilità dinamica. Instabili, quasi sospesi, pronti a precipitare
gli uni verso gli altri o altrove, nello stesso istante strumenti e succubi
di un congegno di attrazioni e repulsioni, essi comunque non descrivono
se stessi ma un senso di imminenza…
… Ogni immagine di
Collina sembra colta all'inizio o alla fine di una "zoomata" cosmica e
misteriosa, perché l'immagine contiene sempre, per così dire, la memoria
di ciò che di immensamente più piccolo o di immensamente più grande la
sguardo ha progressivamente escluso… Tutto è pura immagine, icona, sindone,
mappa, cartografia, alla fine, ma tutto è stranamente lucido e presente…
Collina registra ciò che vede, come un inclassificabile impressionista
o vedutista moderno che non dipinge le cose o le loro apparenze, ma l'immagine
più precisa e più complessa che ne incarna l'essenza e ne conserva la
memoria |