In questa mostra monografica di Giuliano Collina dedicata al tema del sacro si racchiude il senso profondo della ricerca di una pittura che è rivelazione quotidiana dell’esistenza, bisogno primordiale d’espressione dell’uomo: prima della parola, prima del racconto, prima della preghiera. Una pittura densa di quotidianità familiare che Collina ha sempre portato nelle sue tele come un racconto autobiografico. In molti autorevoli critici da Enrico Crispolti ad Antonello Negri hanno riconosciuto in lui – schivo, solitario, restìo - una “condizione del sacro del tutto riscoperta entro la dimensione dell’umano, anzi entro la dimensione esistenziale”(1).
Alchimia e sorpresa nella reazione di pigmenti e colle, sperimentazione dell’antico mestiere di pittore, aggiornamento sui “segni”, sui “codici” del contemporaneo e della propria esperienza sono “il fascino segreto della pittura di Collina” tra sacro e profano. Nella serie delle “Animi Domus” non ci sono più gli elementi grotteschi dell’iconografia medievale contadina dei corpi deposti e delle Annunciazioni “cortesi” colorate e modane ispirate alla maniera degli affreschi di Pisanello. È trascorso un decennio tra quel ciclo in cui compaiono angeli come corpi fatti di terra, di aria, o pietà e compianti e il mistero tragico della morte si stempera in una visione di luce e armonia, di grazia e bellezza. Resta, però, l’inaccettabilità dell’uomo davanti al grande enigma della propria esistenza. Che ne è del corpo e dell’anima dopo la morte? Abbandonati i corpi deposti costruiti di mattoncini rossi o di pigmento azzurro, Collina torna all’idea primigenia della forma e del significato che le civiltà antiche hanno tradotto nelle sagome semplici e riconoscibili della casa, raffigurazione dell’ultima dimora. Animi Domus letteralmente significa casa dell’animo.
Spesso le indicazioni degli artisti sono preziose; per questo lascio che siano le parole di Collina a raccontare la genesi di queste opere in una lettera che mi ha scritto due anni fa:
“Nell’autunno-inverno del 2001 una committenza inquietante mi ha messo in seria difficoltà: la piccola tomba per un piccolo bimbo morto a pochi giorni dalla nascita. Al principio e per lungo tempo ho vagato dentro le pieghe del mio lavoro senza trovare nulla, poi un martedì nell’ora del mezzogiorno mentre pedalavo in palestra ho capovolto la ricerca: non quanto io sapevo o quanto avevo già fatto, ma quanto gli altri avrebbero potuto immaginare. Così pensai a un qualcosa come a un progetto dei tre fratellini del piccolo e nacque l’idea di costruite una casa, una piccola casa aperta con il pavimento d’erba. Uno spazio delimitato solo da contorni che fosse elementare e infantile nella sua struttura esile. Poi, intanto che l’iter burocratico per l’approvazione del progetto procedeva nel suo accidentato percorso, la stessa casetta divenne del tutto mia, nel pensiero e nelle azioni, e così il mio studio per tutto il 2001 e il 2002 si riempì di Animi domus (poi confluite in modo naturale nei primi Purgatori). Piccole case, come le urne cinerarie che si ritrovano nell’arte funeraria di tutti i popoli della terra. Contenitori con la forma di ciò che l’uomo sapeva di più suo, il luogo del suo vivere e dei suoi affetti”(2).
In questa lettera Collina mentre descrive l’occasione da cui è nato uno dei suoi cicli più attuali – dalle animi domus derivano i frammenti di necropoli, le tavole del purgatorio e la serie delle celle e delle porte finte – racconta di sé e del suo modo di procedere. Come per i corpi deposti, ispirati alle crocifissioni in legno agli incroci delle strade in Val di Fassa nelle Dolomiti, Collina anche in questo caso ha pensato alla storia, alle urne degli antichi e ha voluto ricrearne l’archetipo, “urne prima aperte, poi anche del tutto chiuse, poi di nuovo trasparenti per mostrare qualcosa di leggero, di inconsistente al tatto, ma di presente alla vista, come l’immagine ‘primitiva’ dell’anima”(3.) Così – abbandonata solo temporaneamente la pittura – ha costruito piccole e instabili case a tre dimensioni, precarie, come fossero un luogo di transizione. Poi per non tradire la sua natura di pittore e il dolore che “l’occasione” di questa nuova opera porta con sé Collina ha dipinto la tela da cui le case emergono con la cenere, con colori poveri, le ha rese vive con piccole fiamme e frammenti di ali, fino a trasformarle in qualcos’altro, nei Purgatori.
A metà tra pittura e scultura, tra spazio “pensato” immaginato e spazio reale, architettonico Collina concepisce la “casa dell’animo” piena di luce e ne fa un’icona, un simbolo. Come gli antichi ha pensato a un luogo luminoso per la memoria di quel bimbo, “vissuto solo qualche giorno, ma già abbastanza per cominciare a soffrire”(4). Non ci sono più figure di donne in preghiera (così umane e sensuali). In queste case dell’animo è impossibile la presenza di un corpo femminile di fianco ad un altro allungato, maschile: i protagonisti sono la purezza (dal latino puer, fanciullo), l’assenza e l’allusione a un luogo “altro”, che si fa spazio del pensiero e del ricordo. La relazione con “precedenti” nella produzione passata dell’artista è da cercare piuttosto nell’evoluzione di una figura femminile in preghiera al chiaro di luna, le mani giunte, inginocchiata, la “prima di una esplicita voglia di realizzare un’immagine ambientata nel paesaggio, addirittura la voglia di dipingere un chiaro di luna” per citare ancora le parole dell’artista(5). Una donna collocata in uno spazio, assorta nella preghiera che riprende molta della tradizione iconografica di Collina dalla fine degli anni Sessanta in poi. Ma al di là della figura è su quella luce del chiaro di luna, su quelle lumeggiature di tempera bianca su cui vorrei fermare l’attenzione: perché riporta direttamente alla luce endogena dei frammenti di necropoli (2003, cat. p. 46); dei dipinti dell’Animi domus imprigionata e dell’Animi domus opaca (2001, cat. p. 44), dove opaca non è in contraddizione con luminosa perché in questi dipinti Collina non solo sembra aver abbandonato la figura (che è solo evocata) ma parla attraverso un colore nuovo, più pastoso, steso in strati, fatto di ocra, di gialli di impasti antichi come quelli della tecnica a encausto. E, ancora una volta, ci narrano della vita più che della morte, ci raccontano episodi quotidiani, reali, più che storie sacre. Ma in fondo cosa c’è di più vicino agli episodi di vita vissuta di quelli contenuti nel Vangelo?
“No, non solo pittura sacra per tutti questi anni, ma filo conduttore, tema dominante, sì. Certamente soggetto primario nella cronaca del mio lavoro e nnonn solo per il suo tanto frequentato specifico, ma soprattutto perché, dopo, finita la sacra abbuffata, è rimasta e rimane la sottintesa voglia se non di sacro almeno quasi sempre di sacrale”, ha scritto l’artista(6).
Perché Collina non abbandona l’ambiguità che era delle figure di bagnanti nell’acqua nemmeno in queste opere. Non può, altrimenti cadrebbe nell’equivoco dell’arte “a soggetto sacro” e tradirebbe se stesso. Ma questo non accade nelle case dell’animo, nelle deposizioni e nemmeno nel grande trittico Angeli nella notte stellata o le tre oche (cat. p. ) con figure che sembrano angeli in volo, in cui Collina sperimenta l’uso della materia e da un “errore”, dalla reazione del colore ossidato una volta steso sulla tela, nasce una delle opere più seducenti e cariche di vitalità e bellezza che l’artista abbia prodotto. Gli angeli fluttano nel cielo come bambini che giocano e Collina – ancora una volta - mischia la sua pittura alla vita quotidiana, tanto che le figlie allora poco più che adolescenti soprannominarono quegli angeli “le tre oche” poiché nella trasformazione del dipinto gli spiriti celesti avevano finito per assomigliare più che ai cherubini della pittura medievale sempre più ai volatili da cortile, gli animali domestici tra i più cari all’uomo fin dall’antichità.
1. E. Crispolti, Una sacralità esistenziale, in E. Crispolti, M. Corradini (a cura di), Giuliano Collina. Uomini e angeli, Edizioni Galleria Bellinzona, 1998, pp. 11-15; A. Negri, in Giuliano Collina, per una sacra composizione 1992-1994, Galleria delle Ore, Milano 1994.
2. Lettera via mail di Giuliano Collina all’autore, Como, 16 febbraio 2007
4. Dichiarazione dell’artista in M. Corgnati, Giuliano Collina. Animi Domus, Venezia, Scuola dei Mercanti, Campo Madonna dell’Orto, 2003.
5. Figura femminile in preghiera e al chiaro di luna, 1993, in Giuliano Collina. Uomini e Angeli, op. cit., n. 16 pag. 96.
6. Lettera via mail di Giuliano Collina all’autore, Como, 8 Marzo 2007
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