Anche solo nell’ipotesi di un tema di questa natura (la sacralità nell’arte), accanto a un atteggiamento di ascolto, di riflessione, occorre davvero avere l’intuizione, la percezione dell’oggi, della contemporaneità nella complessità di culture, comunicazione, espressioni.
C’è una varia saggistica, a livello europeo, che legge la mutazione epocale in cui siamo immersi. Già possono risultare indicative le stesse indicazioni di alcuni titoli: La crisi dei musei (Jean Clair), L’estetica della sparizione e L’arte dell’accecamento (Paul Virilio), L’intervallo perduto e Horror pleni (Gillo Dorfles). Le parole sono state consumate, sono diventate <<cose>> in una funzionalità empirica; la pittura sembra essere diventata una sintassi linguistica, desimbolizzata. Nella perdita dei ricordi, dei nomi, dei volti, tutto sembra accadere come su una superficie vuota, globale, mediatica.
Rispetto a questo spazio dei linguaggi, sorge dialetticamente il bisogno di ritrovare la temporalità: la memoria, la durée, l’affetto, l’epifania dello <<sguardo>>.
Qui in qualche misura c’è il cammino del sacro. Di fronte a una tematica tanto difficile nelle motivazioni, sono andato a riprendere dagli scaffali qualche edizione delle letture di anni trascorsi. Sono edizioni divenute umanamente rare. In particolare ho letto alcune pagine di un piccolo libro (edito da La Locusta di Vicenza). L’autore è Jacques Maritain (il filosofo amato da Giovanni Battista Montini). Sono raccolti in questo libro alcuni scritti sulla pittura di Georges Rouault con considerazioni generali sull’arte all’interno di un umanesimo esistenziale.
Il punto maggiormente da sottolineare in queste pagine è la concezione espressa da Maritain che la sacralità dell’arte <<non dipende dal suo soggetto, ma dal suo spirito>>: le regioni inesprimibili del cuore, del sogno e della nostalgia, della sofferenza e dell’azzurro. L’arte per Maritain è un passaggio attraverso il mondo, in un movimento profondo. Si stacca dai <<progetti>>, dai <<programmi>>, dal <<vuoto del virtuosismo>>, si getta nell’<<oceano>> della pittura. Il suo realismo non è realismo delle apparenze, ma è realismo di ciò che esiste, si muove, soffre, ama.
In questi pensieri (di Maritain) mi sembra di ritrovare la pittura di Giuliano Collina: l’atto, la dismisura rispetto alle misure storicistiche, il moto che infrange il <<motivo>>, la figura (fuori dal figurativo) come nominazione inesauribile dell’esistere. Ancora un tempo non grammaticalmente cronologico, ma nella circolarità dove rivivono intermittenze, archetipi, segni di primordio, similitudini smarrite.
Da uno spazio assolutamente eccentrico e precario dell’abitazione, riprendo i cataloghi, lungo gli anni, di Collina: i cataloghi severi, feriali, quasi scolastici della Galleria delle Ore diretta dalla figura di Giovanni Fumagalli; la serie elegante di cataloghi della Italiana Arte di Busto Arsizio; le edizioni e le monografie edite in tanti spazi (privati e pubblici) e in sigle di prestigio.
In una cultura artistica dove spesso dominano le tipologie, i codici situazionali, formalizzanti, l’impressione che emerge (anche solo scorrendo i cataloghi) è la visione della pittura in una regione senza confini dell’umano: da un lascito di cultura, di conoscenza artistica all’eventicità del contemporaneo.
Sia pure in un accostamento di immediatezza, di semplice e non esaustiva esemplificazione, basti richiamare, a conferma, ricorrenti indicazioni tematiche. Collina dipinge le terre, i laghi, l’acqua, il fuoco, la sabbia, la pioggia, il fiume, le strade, la piazza, la pianura. Rappresenta la porta, la finestra, le scale; fino ad arrivare alla sequenza maggiormente tenute in considerazione in questa esposizione al Museo Diocesano di Milano: la testa, il corpo, la croce, un grande cielo, l’Annunciazione, gli angeli, la sequenza di Animi Domus, la natura morta nell’umana simbologia dell’Eucaristia.
Ecco nella scena dell’oggi, nella caduta dell’evento, nella caduta dell’illusione, quello che forse è da ribadire è l’attraversamento di questa pittura: tra visibile e invisibile, tra <<probabilità>> linguistiche e <<improbabilità>> poetica. I connotati espressivi diventano la fluidità, la contaminazione, la transitorietà di forme e colori, la <<leggerezza>> (con una punta di disincanto o anche a tratti di invisibile ironia), un piacere magico della pittura che può andare da un’immagine di cultura a una variazione postmoderna.
Lungo questa linea di considerazioni, vorrei richiamare una figura in qualche modo irripetibile di scrittore e critico: Emilio Villa. Nato ad Affori, aveva studiato in Seminario. Fuori da ogni schema storiografico è considerato un interprete dell’<<oltre>> di Fontana, del <<sacco>> di Burri, della <<vanitas>> di Manzoni. Mi preme richiamare una sua affermazione a cui indirettamente avvicinare quella <<dismisura>> (come si è detto) nella pittura di Giuliano Collina. Diceva Emilio Villa: <<Ma io credo che bisogna scrivere, o dipingere, in pectore, in ore, in aenigmate, in simbolo, in speculo, in vacuo>>.
Lungo il percorso, sia nei temi (come negli scritti del pittore), sia in testi di accompagnamento critico, si trovano quegli accenti di spostamento dal dato reale, dall’occasione a un approdo più emblematico o inesprimibile.
Enrico Crispolti ha dedicato un’attenzione alla pittura di Collina (un suo testo del 1998 ha come titolo significativo Una sacralità esistenziale). In un catalogo della Italiana Arte del 1985 già scriveva di <<un umanesimo sì, figurato, ma al rischio estremo della realtà dell’esistenza>>. Richiamava l’immagine umana, il paesaggio, lo scorcio urbano, gli interni, gli oggetti in una scansione che era sottilmente <<visionaria>>. La scrittura pittorica nei dipinti da una parte rivelava una certa <<secchezza>>, dall’altra aveva un movimento psichico, <<passionale-affettivo>>.
In questa direzione si trovano intuizioni nei testi per Giuliano Collina di Roberto Sanesi, (ricordo particolarmente una sua raccolta in esemplari numerati dal titolo Per infinite pianure). Traduttore dalla letteratura inglese, Roberto Sanesi scrive che <<nella pittura di Collina l’assunzione del figurale sfugge, malgrado ogni apparenza superficiale, alla tentazione descrittiva, e si avvia alla metafora>>.
Nella messinscena figurale vengono a coniugarsi momenti iconici dove si avverte attesa, inquietudine, una soglia, un varco. I temi della porta, della finestra dove è leggibile quel legame invisibile fra il qui e l’altrove. Il tema di grande suggestione della scala dove una figura umana sale e discende. La figura umana è imprecisabile. In quel salire, discendere su una scala c’è il rito inafferrabile del tempo: il tempo che scorre, scompare in un divenire oscuro, irreversibile. Il tema della piazza in un crocevia di esistenze e di solitudini, di cose e di vuoto, di <<pietre sul selciato>> e di <<pensieri degli uomini>> (in una espressione da uno scritto dello stesso Giuliano Collina). La contemplazione del lago: sogno, azzurra lontananza, contemplazione come in un’immagine di Friedrich, la malinconia del non luogo, del non tempo.
Le opere della presente esposizione (così come ho potuto osservare in due visite allo studio) segnano un evento unitario: in una visione d’insieme, nei rimandi, nei <<tramandi>>, nelle <<vere presenze>>, in quel continuum dove non esistono (nello sguardo interno) momenti separabili tra l’inquietudine del tempo, la fuga, il suo distruggersi, e il gesto dell’inizio, della forma, di ciò che ridiventa figura.
Giuliano Collina mi mostra anzitutto dei dipinti raffiguranti la testa. Nel Novecento, si sa, la testa rappresenta un’espressione terminale: l’immaginario, l’ombra, il senso irriducibile di un destino, la discesa agli inferi della solitudine, l’ossessione, l’assedio dell’assenza. Dalla tragica immanenza (Bacon) allo sguardo indicibile (Giacometti).
La testa, in questi dipinti, è una sorta di graffito nel fondo più oscuro del tempo, è scrittura figurata delle spine, immagine invalicabile di enigma prima e dopo il linguaggio.
Anche sul corpo c’è nell’arte del Novecento una lunga esplorazione espressiva, dalle diverse gradazioni psichiche al gesto espressionista. Qui il corpo si ripresenta nella nudità, in un filosofico abbandono nella materia del mondo. Accanto al corpo c’è a volte una figura rannicchiata nel gesto raccolto delle mani: pietas, invocazione, preghiera. Due figure del corpo incrociate e sovrapposte danno origine a una croce che è <<l’unica sillaba universale>> (con l’espressione di Emilio Villa) nel magma infinito dei linguaggi.
In raccordo con le figure del corpo, con le materie terrene, con il <<dolore del compianto>>, si apre la dimensione degli angeli. Nella scena di fine della lingua, fine dell’arte, c’è oggi un’apertura in letteratura, in arte verso il tema degli angeli. Basti il richiamo al volume di Massimo Cacciari, L’Angelo necessario. Gli angeli <<lampeggiano e scompaiono>>, sottratti a ogni ordine intellettuale.
Qui in mostra ci sono opere stupende come Nunzio e mani annunciate, Annunciazione in giardino.
Ma vorrei ricordare la presenza varia dell’angelo nel cammino della pittura di Collina. L’angelo può essere via via un incanto breve, o una nostalgia, o un conforto, o una vicinanza quotidiana, o una trepida illusione, o anche la tenerezza di un’ironia.
Tra le tante e diverse variazioni, vorrei ricordare in particolare un quadro, Angelo che apre una porta. L’esistenza abita a volte in un disguido della dimenticanza, in un confine della pena. Un angelo commovente arriva, apre la porta, accompagna fuori dalla solitudine.
Difficile rendere conto delle sequenze cicliche come la sequenza Animi Domus (che ha avuto un testo di Martina Corgnati); o la natura morta che arriverà all’ultima cena come in una comunione o in un addio senza fine. Nella frantumazione dell’oggi conta ribadire il connotato della pittura di Giuliano Collina: il suo viaggio in una nominazione inesauribile della frontiera umana.
Infine sarebbero da tener presenti gli scritti di Giuliano Collina, nella specularità e dialettica tra scritto e figurato. A volte l’opera di un poeta, di uno scrittore, di un artista permane nella memoria anche attraverso una frase come un suono, un richiamo riconoscibile, quasi epigrafico.
Ma per me una singolarità, un’originalità una sua espressione che avevo letto su un catalogo della Galleria dello Scudo di Verona: <<Mi piace tanto la pittura, tutta la pittura. Anche quella brutta>>. Eugenio Montale (che era un musicologo raffinato) ha un testo dal titolo Paradosso della cattiva musica. Alberto Giacometti negli Scritti diceva di ammirare un pittore solo quando amava anche il peggiore dei suoi quadri.
Si potrebbe ritenere che Giuliano Collina ami la pittura, tutta la pittura: anche quella (come nello spirito della vita) che è al di là delle grammatiche.

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