17 giugno 2009 - 5 settembre 2009

GIULIANO COLLINA "Il corpo è sacro" - Opere dal 1990 al 2009

martedì - sabato ore 19.00 - 24.00

MILANO - MUSEO DIOCESANO - Corso di Porta Ticinese, 95

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Il corpo è sacro
Paolo Biscottini

Più volte, nel corso di questi ultimi anni, mi sono soffermato a ragionare sul sacro nell'arte. Ho definitivamente abbandonato, almeno per quanto riguarda l'arte contemporanea, la dizione arte sacra, addebitando alla terminologia la responsabilità di molti equivoci, a mio avviso ancora lontani dall'essere risolti, anche nello stesso ambito della Chiesa.
La mia posizione non ha nulla a che vedere, evidentemente, con la dimensione religiosa dell'arte, anzi è proprio per salvaguardarla che preferisco operare dei distinguo.
L'arte non è sacra, non può esserlo, perchè opera dell'uomo, sua cosa, suo fare, suo pensare, capire, amare, soffrire. Eppure quest'arte che sacra non è e che iconograficamente e iconologicamente lambisce la vita, talora, in occasioni speciali e grandi, ha a che fare con il mistero indicibile dell'umanità. E così avviene che l'opera d'arte parli ai credenti di Dio e a coloro che non lo sono disveli scenari di profonda e intensa spiritualità.
Ma come è possibile confondere Dio con un pensiero spirituale, per profondo che sia? O accettiamo questa possibilità o rinunciamo a discutere, a confrontarci. Neppure i discepoli sulla strada di Emmaus hanno riconosciuto il Signore, eppure erano emozionati ad ascoltarlo. O diamo credito a quest'emozione e riconosciamo in essa un terreno comune, il medesimo cielo a cui sollevare lo sguardo, commossi dalla sua bellezza, dalla sua qualità infinita e persino dal frangersi delle nuvole all'orizzonte, o ci perdiamo nella babele delle lingue, degli stili, delle forme e dei sogni.
I discepoli riconosceranno Cristo risorto a tavola, quando spezzerà il pane eucaristico. Ma prima nulla più di un'emozione.
Questo il terreno comune dell'arte, dove credenti o non credenti si incontrano, che si tratti della Conversione di Paolo del Caravaggio, o dell'Estasi di Santa Teresa del Bernini (icone del sacro barocco), oppure di opere di Munch, di Magritte, di Fontana, riandando a zig zag con la memoria a casi noti e assolutamente non riconducibili né nell'iconografia, né nelle intenzioni ad alcun tema sacro.
Allora non è più possibile un'arte veramente attuale che sia anche sacra? La domanda che ponevo in uno ormai storico convegno del 1998 in questo nascente Museo Diocesano, si è via via riproposta negli anni, senza cessare di sollecitare le ragioni dell'arte e quelle della fede.
Così oggi,  non negando ciò che affermavo allora, mi rendo conto che il mio pensiero si è dilatato e chiarito, pur mantenendo zone d'ombra, che mi sembrano richiedere supplementi di indagine. Come allora sono convinto che l'arte contemporanea sia percorsa dal brivido delle domande fondamentali, di cui, dicevo, esprime “il bisogno di infinito, il sogno di un'appartenenza ad altro da sé”.  E aggiungevo che  la ricerca di questa diversa verità di sé e del mondo, resta l'anelito primario dell'arte di tutti i tempi che “a Dio comunque tende e inconsapevolmente assomiglia” .
Ma se ciò appare ancora vero, si avverte la necessità di chiarire come tutto ciò tenda al sacro, ma non sia sacro. E mi interrogo su ciò che nel '98, in quel convegno disse Gillo Dorfles, chiedendo e chiedendosi fino a che punto la Chiesa possa accettare la devozione verso un'icona che artisticamente non è accettabile ma che adempie alla sua funzione sacra. Aveva ragione Dorfles ed oggi, facendo mia la sua domanda, rifletto sul fatto che gran parte della produzione artistica attuale ha già accolto in sé il kitsch o la banalità.
E che dire della tempesta figurativa che ha spudoratamente imposto la sua supremazia? Forse che alla stupidità del niente eretto a icona può ben succedere questa profusione di volti desunti più dalla televisione che dalla realtà. E se realtà e televisione sono la stessa cosa nella fiction, non lo possono essere per la Chiesa, che non può accontentarsi di madonne, di santi, di cristi di tutti i tipi e di tutti i gusti. L'iconografia non può salvare la devozione.
Eppure la gente per pregare pare aver bisogno anche di immagini, nelle quali riconoscere l'oggetto della sua devozione. Il corpo di Cristo, Simbolo eucaristico, acquista fisicità nelle cappelle laterali, là dove si accendono i lumini e la gente si inginocchia.
L'immagine e il suo riconoscimento passano attraverso la fisicità di un corpo, dunque?
Verrebbe da dire che se sacra non è l'arte, ma il mistero a cui essa rinvia, il tramite di questa sacralità è il corpo, che per proprietà transitiva è dunque sacro.

Il corpo è sacro.
L'affermazione non è né nuova, né scontata. Dall'antropologia culturale ci giungono testimonianze antiche circa la sacralità del corpo, oggetto proprio per questo motivo di una ritualità importante, ricca di valenze che vanno ben oltre le tradizioni, i costumi, le prescrizioni sanitarie, la dimensione etnologica, per sfiorare il mondo dei valori, delle convinzioni, della paura ed anche del mistero, accolto come parte della vita. In ambito cristiano è tutto ancora più evidente, almeno per noi: come luogo dell'anima il corpo è considerato in senso templare; destinato alla resurrezione sfida ogni caducità terrena e si propone in una prospettiva escatologica. Se Cristo è considerato il nuovo Adamo, per l'azione salvifica e redentrice connessa alla sua nascita, alla sua morte e resurrezione, l'uomo è chiamato ad un destino cristologico.
Tutta l'arte, da sempre, si interessa all'uomo e specificamente al corpo. L'ha fatto con intenti diversi nel tempo, ma l'ha fatto e ancora, soprattutto oggi, continua a farlo. Non si tratta di arte sacra. E non solo per la negazione della terminologia, ma per l'approccio dell'artista al tema che, a meno di espliciti riferimenti iconografici, lavora su e con il proprio corpo, secondo riflessioni che hanno a che fare con le ritualità moderne, tra body art, schizofrenia e denuncia sociale. Dalla pittura alla fotografia, dalla performance ai video fino a sofisticate elaborazioni in digitale, dobbiamo considerare con attenzione una vasta panoramica di opere che hanno a che fare col corpo e con il dolore, sia fisico che spirituale, ma soprattutto con la percezione di un suo destino, così come emerge anche dalla mostra Les traces du sacré svoltasi al Beaubourg nell'estate 2008.
E' in questo ambito artistico, complesso, ma straordinariamente attuale, si colloca l'attuale mostra sull'opera di Giuliano Collina fra il 1990 ed oggi.
Il corpo è sacro non è dunque solo il titolo della mostra, ma anche la sua appartenenza a quella  vasta riflessione sul tema, che il museo conduce da tempo, almeno a partire dal quel convegno del '98 e di cui già s'é detto.
Nella pittura di Collina è possibile ravvisare anche riferimenti cristologici e, più, in generale, temi attinenti il sacro. Gli stessi titoli dei dipinti spesso giustificano la scelta dell'artista di muoversi in questo ambito, a cui del resto fan riferimento, talora, esplicite iconografie.
Scandirei il percorso della mostra in cinque ambiti tematici, con un'appendice. Il primo è dedicato interamente al corpo; il secondo all'angelo; il terzo all'anima, il quarto alla Mater Dei e il quinto all'Eucarestia. Il tema del corpo, in presenza o in assenza, visibile o non, fisico o simbolo, accomuna i diversi ambiti fra loro e costituisce l'essenza di una pittura che affronta con pudore laico temi profondamente religiosi, senza nulla concedere ad effetti mimetici ed evitando digressioni di tipo narrativo.
Una pittura asciutta, sobria ed essenziale allaga spazi talora smisurati, quasi dovessero o volessero contenere il mondo. In principio la pittura si condensa nel grumo scuro della testa, cui la vasta campitura giallina conferisce valore epifanico nei cascami  bituminosi di un dolore si denso come catrame, di inevitabile solidità. Ma il chiarore all'intorno libera soffi di speranza e rende leggero il pondus della testa, un'apparizione, appunto.
Quasi come una proiezione della testa si distende il corpo, geografia e paesaggio di tutto l'umano sentire. Inerte, privo di peso, appare come un'ombra scura che si allunga nella luce, immagine e non sostanza. Luogo della memoria, dotato di una sua riconoscibilità, pone domande ontologiche, cui l'angelo al suo fianco non può rispondere, immagine silenziosa anch'esso. Come leggere il dipinto? Nessun testo ci soccorre, nessuna iconografia è riferibile a questa scena silente, dove tutto è allo stato larvale. L'inizio e la fine coincidono, come la morte e la vita, la figura sdraiata e quella eretta: Collina avverte, intuisce il punto cruciale dell'esistere qui, fra il nero e la luce, fra il tutto e il nulla. La sacralità di questi corpi è quella del mistero che adombrano e non svelano: chi conosce l'eternità, se non chi sperimenta la morte? E chi è l'angelo se non colui che porta l'annuncio, il messaggio del mistero della vita in una storia di morte ?
Difficile cogliere il confine fra la dimensione figurativa e quella astratta nella pittura di Collina. Il tema dell'anima lo rappresenta delicatamente nella serie delle Animi Domus, che rappresentano una sorta di sosta nel magma vita-morte-resurrezione, quasi una sede di decantazione, dove il silenzio prefigura il riposo ed una purificazione. La pittura si configura qui come una spazialità conclusa, urna di antica memoria funeraria, ma anche soltanto forma di approssimativa  e semplice geometria.
Superfici scabre e povere, di cucina lombarda nei grigi densi e nei gialli luminosi. Colori freddi che si scaldano nel contrasto fra loro, rivelando impensate preziosità. Scatole per tesori nascosti, da conservare nel tempo. Luoghi dell'anima, si diceva, fatti di nulla e ricchi di tutto.
Ma il tutto è il tema della Mater Dei, esplicita iconografia mariana, sollecitata da un Vescovo grande, colto e appassionato, che proclamava la diversità della sua fede nell'incarnazione di Dio. E per questo interpellò Collina, che si adattò alla richiesta, come sempre i pittori nella storia. L'arte è per vedere. Qui le superfici si fan terse e la figura si allarga come nella Madonna della Misericordia che tutti accoglie nel suo manto, imago ecclesiae. Ma al centro la testimonianza di una maternità assolutamente reale e nel contempo misteriosa. Qui Collina è fortemente tentato dalla dimensione iconica e del resto il soggetto è di tale forza e chiarezza teologica da imporre valori icastici, validi a sostenere la tensione all'assoluto.
Qualcosa di simile avviene nell'Istituzione dell'Eucarestia, dove la chiarezza linguistica diventa ricerca di essenzialità. Risuona nella composizione la formula della Consacrazione, che proclama la Presenza Reale del Corpo di Cristo
Come si vede tutto il ciclo pittorico di collina che si propone in quest'occasione e che riflette il lavoro di circa vent'anni ha come oggetto il corpo e la sua sacralità. Restiamo avvinti alla convinzione che l'arte non sia sacra, ma che in essa si giochino le domande fondamentali dell'uomo in un anelito di infinito che non ha nulla a che vedere con un sentimento vago e indistinto dell'esistere, perché che si misura con il mistero di Dio.

Un'appendice.
La mostra si conclude con alcune carte, tre se non sbaglio. L'artista le espone con pudore, sono studi.
Pure sono sembrati necessari a conclusione di un percorso complesso, che interpella il visitatore sui fondamenti della vita e della morte.
Ovo 1, Ovo 2, Pausa.
Graffite, pigmenti, stucco su carta, 2009.
Collina dopo questo lungo viaggio nel mistero del corpo, nella percezione della sua sacralità, si ferma e torna all'origine, alla cosa. E non è casuale che la cosa, la cosa originaria sia un uovo.
Poi si ferma, fa una pausa, come quando si beve il caffé.
Si potrebbe parlare di natura morta e della qualità nordica di questo scorcio di tavola.
Si potrebbe dire del giallo e del grigio, calibrati superbamente, come avrebbe fatto un artista del Rinascimento lombardo.
Ma si preferisce riflettere sulla vicenda di un artista che dall'infinitamente grande, passa all'infinitamente piccolo, senza perdere forza, senza diminuire il calibro della sua pittura, consapevole che la verità è anche qui, fra le cose di tutti i giorni: piccole, povere cose.